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sabato, maggio 02, 2009

Questa serendipica breve riflessione sulle origini della computer science ha avuto origine in una calda notte dell’estate 2008, conversando con Papper Papp, persi sull’isola di Crashinlost, in compagnia di un geko…

Crashinlost a tempo di swing

Crashinlost a tempo di swing

Etymology

The word derives from Serendip, the old Persian name for Sri Lanka,[2] and was coined by Horace Walpole on 28 January 1754 in a letter he wrote to his friend Horace Mann (not the same man as the famed American educator), an Englishman then living in Florence. The letter read,

“It was once when I read a silly fairy tale, called The Three Princes of Serendip: as their highnesses traveled, they were always making discoveries, by accidents and sagacity, of things which they were not in quest of: for instance, one of them discovered that a camel blind of the right eye had traveled the same road lately, because the grass was eaten only on the left side, where it was worse than on the right—now do you understand serendipity? One of the most remarkable instances of this accidental sagacity (for you must observe that no discovery of a thing you are looking for, comes under this description) was of my Lord Shaftsbury, who happening to dine at Lord Chancellor Clarendon’s, found out the marriage of the Duke of York and Mrs. Hyde, by the respect with which her mother treated her at table.”[3]
Serendipity

Serendipity

La parola Serendipità deriva da Serendip, l’antico nome persiano per Sri Lanka. Il termine fu coniato dallo scrittore Horace Walpole che lo usò in una lettera scritta il 28 gennaio del 1754 a Horace Mann, un suo amico inglese che viveva a Firenze. Serendipità è un neologismo poco usato nella lingua italiana, proveniente dall’assai più diffuso corrispondente inglese serendipity. Horace Walpole fu ispirato dalla lettura della fiaba persiana “Tre principi di Serendippo” di Cristoforo Armeno nel cui racconto i tre protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un’occasione. La storia descrive le scoperte dei tre principi come intuizioni dovute sì al caso, ma anche allo spirito acuto e alla loro capacità di osservazione.

Serendipità è dunque - filosoficamente - lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Ma il termine non indica solo fortuna: per cogliere l’indizio che porterà alla scoperta occorre essere aperti alla ricerca e attenti a riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle originarie aspettative.

Oltre ad essere spesso indicata come elemento essenziale nell’avanzamento della ricerca scientifica (spesso scoperte importanti avvengono mentre si stava ricercando altro), la serendipità può essere vista anche come atteggiamento, e - come tale - viene praticata consapevolmente più spesso di quanto non si creda. Ad esempio tutte le volte che si smette di arrovellarsi nel ricordare un nome, nella speranza che l’informazione emerga da sé dalla memoria, in realtà ci si sta affidando alla serendipità.

Una famosa frase per descrivere la serendipità è del ricercatore biomedico americano Julius H. Comroe: «la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino».

Charles Babbage

Charles Babbage

Charles Babbage (Teignmouth, 26 dicembre 1791Londra, 18 ottobre 1871) è stato un matematico e filosofo britannico, scienziato proto-informatico che per primo ebbe l’idea di un calcolatore programmabile. Nel mondo dell’informatica è conosciuto grazie alle sue macchine: della prima, la macchina differenziale, fu realizzato un prototipo imperfetto mentre la seconda, la macchina analitica, fu solo progettata.

Parti dei meccanismi incompleti di Babbage sono in mostra al London Science Museum. Nel 1991, lavorando a partire dai suoi progetti originali, fu completata una macchina differenziale [1] perfettamente funzionante, assemblata seguendo gli standard disponibili nel XIX secolo, il che sta ad indicare che la macchina di Babbage avrebbe potuto funzionare…

Trovandosi di fronte all’alto numero di errori di calcolo delle tavole matematiche, Babbage pensò di trovare un metodo grazie al quale queste potessero essere calcolate da una macchina, non soggetta agli errori, alla stanchezza e alla noia in cui potevano incorrere i calcolatori umani. Questa idea gli venne già nel 1812. Sembra che Babbage sia stato influenzato da tre fattori: avversione per il disordine, familiarità con tavole logaritmiche, e il lavoro sulle macchine per il calcolo portato avanti da Wilhelm Schickard, Blaise Pascal e Gottfried Leibniz. Nel 1822, in una lettera a Sir Humphrey Davy sull’applicazione di macchine al calcolo e alla stampa di tavole matematiche, Babbage discusse i principi di un motore di calcolo

Babbage presentò il modello di quella che lui chiamò una macchina differenziale (Difference Engine) alla Royal Astronomical Society il 14 giugno 1822 in un lavoro intitolato Note on the application of machinery to the computation of astronomical and mathematical tables (nota sull’applicazione di una macchina al calcolo delle tabelle astronomiche e matematiche) [2]. Il suo scopo era quello di creare tabelle di polinomi utilizzando un metodo numerico chiamato il “metodo delle differenze”. La sua idea fu approvata, e ciò gli permise di ricevere un fondo di 1500 sterline dal governo britannico nel 1823. La Royal Astronomical Society lo premiò con la medaglia d’oro nel 1824.

La costruzione di questa macchina iniziò, ma non fu portata a termine. Due cose andarono male. Una fu che l’attrito interno e gli ingranaggi disponibili a quel tempo non erano sufficientemente buoni per realizzare i modelli – le vibrazioni rimasero un problema costante. L’altra era che egli continuò a cambiare idea riguardo al progetto della macchina. Un’ulteriore possibile questione erano le discussioni con i meccanici assunti per il lavoro. Fino al 1833 Reflections on the Decline of Science in England, and some of its Causes furono spese 17000 sterline senza alcun risultato soddisfacente. Il taglio dei finanziamenti da parte del governo inglese lo indusse a scrivere le celebri .

Tra il 1833 e il 1842, Babbage provò di nuovo; questa volta, cercò di costruire una macchina che fosse programmabile per eseguire ogni genere di calcolo, non solo quelli relativi alle equazioni polinomiali. Questa era la macchina analitica. Il progetto era basato sul telaio di Joseph Marie Jacquard, che usava schede perforate per determinare come dovesse essere la trama del tessuto. Babbage adattò questo progetto in modo che generasse operazioni matematiche.

La Macchina Analitica aveva dispositivi di ingresso basati sulle schede perforate, come nel progetto di Jacquard, un processore aritmetico che calcolava numeri, una unità di controllo che determinava che fosse eseguito il compito corretto, un meccanismo di uscita ed una memoria dove i numeri potevano essere mantenuti in attesa del loro turno di processamento. Questo dispositivo fu il primo “computer” al mondo. Un suo progetto concreto venne alla luce nel 1837; tuttavia, in parte a causa di difficoltà simili a quelle incontrate con la Macchina Differenziale, in parte a causa dei conflitti con i meccanici che stavano costruendo i componenti (e che li tennero come merce di scambio in quella che sembra essere stata una disputa sindacale in corso), la Macchina non fu mai costruita. Nel 1842, a seguito di ripetuti tentativi a vuoto di ottenere sovvenzioni da parte del First Lord del Tesoro, Babbage si rivolse a Sir Robert Peel per richiedergli sovvenzioni. Peel rifiutò e offrì invece a Babbage un cavalierato. Babbage a sua volta rifiutò l’offerta. La questione a questo punto ebbe termine.

Ada Lovelace

Ada Lovelace

Babbage in effetti ricevette un sostegno non trascurabile da una fonte. Lady Ada Lovelace venne a conoscenza degli sforzi di Babbage e vi si interessò molto. Promosse attivamente la macchina analitica e scrisse diversi programmi in quello che oggi chiameremmo il Linguaggio assembly della macchina analitica, che tuttavia non furono mai eseguiti effettivamente. Ada Lovelace è quindi considerata il primo programmatore al mondo di computer, almeno in senso teorico.

Augusta Ada Byron (Londra, 10 dicembre 1815Londra, 27 novembre 1852) è stata una matematica inglese, meglio nota come Ada Lovelace, nome che assunse dopo il matrimonio con William King, conte di Lovelace.

Ada era figlia del poeta Lord Byron e della matematica Annabella Milbanke. Il padre abbandonò moglie e figlia pochi mesi dopo la sua nascita, e non le rivide mai più.

Su iniziativa della madre, terrorizzata dall’idea che Ada potesse dedicarsi alla poesia come suo padre, venne educata all’età di 17 anni in matematica da Mary Somerville, che aveva tradotto in inglese i lavori di Pierre Simon Laplace e aveva scritto inoltre dei testi utilizzati a Cambridge. La Somerville incoraggiò Ada nel proseguire i suoi studi matematici e tentò inoltre di farle apprendere i principi fondamentali della matematica e della tecnologia ponendoli in una dimensione più vicina alla sfera filosofica e poetica. Augustus De Morgan, professore alla University of London, si occupò negli anni successivi di introdurre Ada a studi di livello più avanzato, inconsueto per una donna del suo tempo, di algebra, di logica, di calcolo. Ada era anche dedita alla musica, in particolare amava suonare l’arpa.

Il 5 giugno 1833, ad un ricevimento tenuto dalla Somerville, Ada ebbe modo di incontrare Charles Babbage, all’epoca vedovo quarantunenne: Ada rimase affascinata dall’universalità delle idee di Babbage, e, interessatasi al suo lavoro, iniziò a studiare i metodi di calcolo realizzabili con la macchina differenziale e la macchina analitica. Si occupò di tradurre e commentare in lingua inglese alcuni interessanti articoli dell’italiano Luigi Federico Menabrea sugli sviluppi della macchina proposta da Babbage, con una struttura simile a quella della macchina di Turing, alla base dei moderni calcolatori, formata da un “magazzino” (memoria), un “mulino”, (CPU), e un lettore di schede perforate (input). Con quest’ultimo Ada instaurò una corrispondenza, in cui egli la spinse ad aggiungere le sue note - assai più lunghe dello stesso articolo - e in cui i due si scambiarono idee e sogni sulle possibilità delle macchine analitiche.

Nel suo articolo, pubblicato nel 1843, la Byron descriveva tale macchina come uno strumento programmabile e, con incredibile lungimiranza, prefigurava il concetto di intelligenza artificiale, spingendosi ad affermare che la macchina analitica sarebbe stata cruciale per il futuro della scienza, anche se non riteneva che la macchina potesse divenire pensante similmente agli esseri umani.[1] Come in effetti si è poi verificato.

Ada inoltre corredò il proprio articolo con un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli, oggi viene riconosciuto come il primo programma informatico della storia.

Il suo programma per la macchina, volto a calcolare i numeri di Bernoulli utilizzati per stilare tabelle numeriche, era di gran lunga più complesso di qualunque altro tentativo di Babbage, giustificando pienamente il riconoscimento di Ada come una delle protagoniste principali della storia dell’informatica.

Successivamente, Lady Lovelace intraprese una corrispondenza anche con personaggi illustri come Michael Faraday e John Herschel. Morì il 27 novembre 1852, probabilmente per un tumore all’utero, e dietro sua richiesta venne sepolta accanto al padre.

Il linguaggio di programmazione Ada, finanziato e sviluppato dal Dipartimento della Difesa degli USA, è stato così chiamato in suo onore. Al suo personaggio è ispirato un film del 1997, Conceiving Ada, diretto da Lynn Hershman Leeson, ed è presente nel romanzo steampunk del 1990La macchina della realtà” di Bruce Sterling e William Gibson.

Da http://www.fantascienza.com/delos/delos39/steampk.html

Nell’antologia L’Uomo dei mosaici (Delos Book n. 2, www.delos.fantascienza.com/books) il più volte rimaneggiato racconto Ada è un bellissimo esempio di, chiamiamola con un neologismo, “prevenzione steampunk”. Ambientato nella Londra del 1836 è una raccolta di corrispondenza tra due sorelle, l’una illuminista e legata sentimentalmente allo scienziato Charles Babbage (Ada), l’altra (Allegra) dalla visione più romantica, che vede nel pensiero illuminista la rovina del’umanità. Proprio mentre Babbage, con il supporto di Ada si avvicina sempre più alla realizzazione della famosa “macchina a differenze”, interviene una sorta di “chirurgo del tempo”, un crononauta, lontano nipote della macchina analitica, che riesce a convincere Ada che se la scoperta di Babbage prende davvero forma per l’umanità non c’é più via d’uscita. L’obiettivo finale non è tanto eliminare Babbage, ma con l’aiuto di Ada tagliare tutte le sovvenzioni, comprese quelle di Lord Lovelace, e ritardare il progetto il più possibile, fino alla sua morte naturale. Da qui l’aborto spontaneo del genere steampunk che non può prendere corpo nell’evolversi della narrazione, mancando un elemento chiave di questo genere. Nel post scriptun finale Grasso spiega a proposito delle due sorelle: “George Gordon Byron e Claire Godwin, sorella della scrittrice Mary Shelley, concepirono una figlia illegittima che battezzarono Allegra. Sorellastra di Allegra, Ada Lovelace viene tutt’oggi considerata la prima studiosa di software, la fondatrice delle moderne tecniche di programmazione. Charles Babbage morì nel 1871, lo stesso anno di Augustus DeMorgan. La macchina analitica non venne mai completata.”

Un altro libro ben conosciuto anche nel nostro paese è La macchina della realtà (The Difference Engine) di Bruce Sterling e William Gibson, un lavoro di straordinaria ricchezza e dettaglio. Qui ci troviamo nella Londra del 1855 dove l’era del computer è già realtà (anche in questo caso lo scienziato Charles Babbage ha velocizzato il processo tecnologico con la sua invenzione) e la Rivoluzione Industriale deve vedersela con lo sviluppo di motori cibernetici alimentati dalla forza vapore. Sono molti i personaggi che si daranno da fare in una cospirazione che collega la Gran Bretagna, la Francia di Luigi Napoleone [come non ricordare qui Marie Bonaparte: la Principessa che salvò Sigmund Freud] e la Manhattan di Karl Marx. Si tratta di un libro suddiviso in quattro iterazioni molto movimentato, denso, certamente steampunk, ma anche vera storia di spionaggio. Il critico Glenn Grant l’ha definito sul n. 8 di Science Fiction “E’ una cannonata politica e filosofica. E’ come leggere un lavoro di Conan Doyle, John Le Carre e Thomas Pynchon tutto miscelato assieme”.

C’è un passaggio di questo libro che può riassumere la ricerca dell’utilizzo del computer in un’epoca, quella vittoriana, in cui la tecnologia emergente permette di raggiungere nuove mete. Eccovi un dialogo che mette a fuoco le atmosfere di questo genere narrativo:” –… C’è una richiesta continua di lavoro per le Macchine. In ogni modo, perché la Società Geografica dovrebbe occuparsi di questa faccenda? Perché dirottare fondi dal necessario lavoro di esplorazione in terre straniere? Penso piuttosto che una indagine parlamentare… — Ma il governo manca dell’ampiezza di visione necessaria, del gusto per l’avventura scientifica, dell’oggettività. Ma supponiamo che siano le Macchine della Polizia, invece che quelle dell’Istituto di Cambridge, per esempio. Cosa ne direste in questo caso? — Le Macchine della Polizia? — disse Mallory. L’idea era alquanto straordinaria. — Come potrebbe la Polizia essere d’accordo per prestare le sue Macchine? — Le loro Macchine sono frequentemente inutilizzate di notte – disse Oliphant.”
Rivoluzione Industriale e Rivoluzione Informatica si fondono per dar vita ad uno dei testi a mio avviso più intriganti di questo genere dove la fantascienza tenta di riscrivere il passato dando un volto nuovo al futuro.

Alistair Sinclair, What is philosophy? : an introduction

Alistair Sinclair, What is philosophy? : an introduction

A serious-minded yet accessible text for readers of all backgrounds

by Midwest Book Review (Amazon user published 2008-08-12 ) Excellent –> –>
What Is Philosophy? An Introduction is a serious-minded yet accessible text for readers of all backgrounds, about the origins and history of the mental discipline of philosophy, from the early Greek and classical Greek era to medieval times to the seventeenth, eighteenth, nineteenth, and twentieth centuries. Further chapters explore the core and peripheral subjects discussed by philosophy, twentieth-century philosophical movements, and well-known philosophical problems revolving about such fundamental issues as free will, time, truth, facts and values, personal identity, and more. A thoughtful, exhaustively researched, and well-grounded primer, What Is Philosophy? An Introduction lives up to its title - a more difficult task than one might first guess, considering the complexities of the subject. Highly recommended, especially for public and college libraries, and as a textbook for Philosophy 101 courses. “Nietzsche wrongly thought that when the authority of religion is overthrown, a nihilistic view is inevitable, namely, that the world is valueless, purposeless and amounts to nothing… Nietzsche failed to appreciate that truth is a process and not an end in itself. We are responsible for creating our own values and finding our own meaning in life. Religion is just one way of doing this and has become inadequate for our present purposes. Presumably, his theory of eternal recurrence prevented him from thinking of cultural change and improvement since, in his view, everything comes back to the same thing in the end.”

Alistair Sinclair is a British computer scientist and computational theorist.

Sinclair received his B.A. in Mathematics from St. John’s College, Cambridge in 1979, and his Ph.D. in Computer Science from the University of Edinburgh in 1988 under the supervision of Mark Jerrum. He is professor at the Computer Science division at UC Berkeley and has held faculty positions at University of Edinburgh and visiting positions at DIMACS and the International Computer Science Institute in Berkeley.

Sinclair’s research interests include the design and analysis of randomized algorithms, computational applications of stochastic processes and nonlinear dynamical systems, Monte Carlo methods in Statistical Physics, and combinatorial optimization. With his advisor Mark Jerrum, Sinclair investigated the mixing behaviour of Markov chains to construct approximation algorithms for counting problems such as the computing the permanent, with applications in diverse fields such as matching algorithms, geometric algorithms, mathematical programming, statistics, physics-inspired applications, and dynamical systems. This work has been highly influential in theoretical computer science and was recognised with the Gödel Prize in 1996.[1] A refinement of these methods lead to a fully polynomial time randomised approximation algorithm for computing the permanent, for which Sinclair and his co-authors received the Fulkerson Prize in 2006.[2]

Nel 1995 è apparso sul “British Journal for the History of Philosophy” un articolo di Alistair Sinclair The Failure of Thomas Reid’s Attack on David Hume, nel quale si racconta di come essendo ancora in vita Hume, Reid gli sottoponesse, per il tramite di un comune amico, Hugh Blair, la sua critica alla dottrina di Hume circa la corrispondenza fra le impressioni e le idee, che per Hume è biunivoca, a ogni impressione corrisponde un’idea nella nostra mente e viceversa. Reid, al contrario, ricorrendo a quello che in matematica come in logica si chiama un artificio, interpone tra impressione e idea, l’agire di una legge naturale sui sensi dell’uomo, in base a cui si passerebbe dalla sensazione intesa come dato puramente soggettivo e affettivo alla percezione, nella quale si realizza la presenza dell’oggetto appreso. Sarebbe questo il punto d’origine di una divergenza d’opinioni su cui, nell’ambito della Scuola Scozzese sarebbero sorte questioni senza fine circa i termini esatti da usare per definire il problema(12). Di tali questioni Sinclair coglie l’origine nel disaccordo tra Reid e Hume, con Reid che ha avversione per la nozione di “idea” e Hume che si ostina a vedere, con qualche ragione, una differenza fra il termine “sensazione” caro a Reid e il termine “impressione” a cui lui accorda una chiara preferenza.