IL SACERDOTE Don Bussa, il prete dell’ Isola, nascose sette bambini
«F acciamo così: io esco un attimo, lascio qui, sul tavolo, queste quattro carte di identità. Quando torno penso che non ci saranno più». Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate è nel suo ufficio e ha di fronte la famiglia Contente, papà, mamma, tre figli, Abramo, Sara e Nissim, 17 anni. Col nuovo nome fittizio diventeranno i De Martino. Nissim oggi di anni ne ha 68 e del suo salvataggio e dei tremendi momenti vissuti dopo l’ 8 settembre ricorda ogni cosa. «Gli dicemmo tutto. Chi eravamo, la nostra disperazione per la fallita fuga in Svizzera. Lui mise a repentaglio il suo lavoro e la sua vita per aiutarci, ospitandoci nella scuola del paese per 18 mesi, fornendoci tessere annonarie per sfamarci». Quello di Giacomo Bassi è uno dei 32 nomi emersi dall’ archivio – curato da Luciana Laudi – del Centro di Documentazione Ebraica (Cdec) di Milano e oggi esposti a Palazzo Reale. Insieme a Bassi altri milanesi sono «Giusti fra le Nazioni». «Vale a dire persone che hanno messo a repentaglio la propria vita – segnalati dagli stessi salvati che presso un notaio documentano l’ operato del salvatore – e poi riconosciuti dall’ Istituto Yad Vashem di Gerusalemme. Sono storie di persone qualsiasi che hanno aiutato in modi diversi gli ebrei perseguitati» spiega Liliana Picciotto Fargion, storica del Centro. Gli altri, altrettanto «Giusti» sono ufficialmente «Benemeriti nell’ Opera di Soccorso». Uno di questi è Paolo Pellizzola, soccorritore della famiglia Lopez. Siamo nell’ ottobre ‘ 43, Milano è sotto l’ angoscia del suo primo bombardamento. «La nostra casa in piazza Ferravilla confinava con una postazione della Wehrmacht – racconta Piera Pellizzola, figlia di Paolo -. Sì, si può dire che gliela facevamo proprio sotto il naso. In casa abbiamo ospitato persone diverse, rifugiati politici, gente evasa da San Vittore e quando papà ha incontrato Sabatino Lopez ha invitato anche lui e la moglie». «Eravamo sfollati ad Arona, all’ Albergo Italia – conferma il figlio Guido Lopez -. Io sono scappato in Svizzera, loro sono rientrati a Milano, si sono barricati in casa fino a quando il portinaio li ha avvisati che i tedeschi li stavano cercando. Poi, ecco il “miracolo”, l’ intervento della famiglia Pellizzola». Anche la storia di Don Eugenio Bussa, sacerdote all’ Isola (riconosciuto «Giusto» nel 1990, un bosco di 5.000 alberi a Yatir, nel Neghev, l’ intestazione del cavalcavia che attraversa la Stazione Garibaldi) racconta del riparo ottenuto da sette bimbi ebrei – a cui furono dati nomi cattolici – nella colonia di Serina in Val Brembana. «Non lo sapeva neanche il direttore, Vismara, anche se forse lo intuiva visto che i piccoli non seguivano la liturgia. Ma ha taciuto anche lui» racconta Armando Forno, presidente dell’ Associazione intitolata al sacerdote che «appena in tempo, è morto un anno dopo» ha rintracciato in Israele Alberto Fazio, uno dei piccoli. Margherita Mezan
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Ricorrenze / I ricordi dei sopravvissuti mentre si prepara, sabato, la Giornata della memoria. In sei giorni 4 mila persone alla mostra documentaria di Palazzo Reale. Liliana Segre: “Quando tornai da Auschwitz il portinaio mi scambiò per un’accattona”
di Margherita Mezan
Al carcere di San Vittore un intero raggio, il quinto, era riservato a loro, gli ebrei, milanesi e non: dopo l’ 8 settembre, con la firma dell’Armistizio e i tedeschi nell’ Italia del nord, la «caccia» è ormai spietatamente ufficiale, i rastrellamenti all’ordine del giorno. E della notte. La macchina dello sterminio, mezzi e burocrazia, è così perfetta da non lasciare scampo e dei circa 7.000 ebrei italiani deportati, solo 610 faranno ritorno. A Milano, ma anche Como, Varese, gli ebrei vengono raccolti per essere poi dirottati, in camion chiusi, alla Stazione Centrale: lì i treni speciali sono pronti, treni «merci», ma con un carico umano di 600, 700 persone per volta, tutti da «piombare». «Ma noi non li vedevamo se non all’ultimo quando i vagoni venivano alzati dai montacarichi», racconta Liliana Segre che a 13 anni entra da sola, piangendo, nel carcere di Varese. Poi con il papà arriva a Milano. «A San Vittore, mai un’ora d’aria, esistevano ancora i raggi a “ballatoio” e la mattina della deportazione, il 30 gennaio 1944, i soli a salutarci furono i detenuti comuni. Si sporgevano dalle celle per benedirci, lanciarci un frutto, stringerci una mano. Il camion ha attraversato all’alba una città deserta, è transitato all’angolo tra via Carducci e corso Magenta, dove abitavo. lo, spiando dalla tenda che chiudeva il cassone ho salutato la mia casa». Una casa che, al ritorno da Auschwitz, non ritroverà. «Nell’agosto 1945 – racconta ancora Liliana Segre, milanese da generazioni, il nonno Giuseppe fondatore nell’ 800 della Croce Verde, papà e zio ufficiali dell’esercito e gran patrioti – arrivata su un altro camion, stavolta americano, sono scesa in piazzale Cadorna. Con me c’era un’altra ragazza, Graziella Cohen: qualcuno ci offrì l’elemosina. E anche il portinaio della ma casa ci scambiò per accattone e, scacciandoci dal portone, non ci permise di entrare. Fu solo grazie ad altri inquilini che riuscii a farmi riconoscere”. Questa mattina Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, incontrerà il pubblico nella Sala della Provincia di via Corridoni,14, dove verrà proiettato, alle ore 9.30, il film di Silvia Brasca «Meditate che questo è stato». E, alle ore 17, ci sarà un altro incontro alla Libreria Einaudi (via Festa del Perdono 12). Pochi lo sanno, ma quel che ancora resta dei tempi delle persecuzioni sono i montacarichi della Stazione dove, due anni fa, all’altezza dell’ ultimo binario sulla destra, è stata apposta – su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio – una lapide commemorativa. Se qui e altrove in città i «luoghi della memoria» appaiono defilati, centralissimo è invece Palazzo Reale nelle cui sale, fino al 19 febbraio, viene ospitata la mostra «Per non dimenticare la Shoah», che propone documenti e testi di ricerche meticolose da Gianfranco Moscati», spiega Marco Szulc, presidente di «Figli della Shoah», l’associazione promotrice. Ed è lo stesso Gianfranco Moscati, classe 1924, che spesso guida gli studenti in visita alla mostra (hanno prenotato 220 classi per un totale di almeno 6 mila alunni, mentre finora sono entrate 4 mila persone) nel percorso della memoria, fra le immagini delle vessazioni quotidiane, lettere censurate, i manifesti con le caricature grottesche e repellenti degli ebrei, le cartoline antisemite, le vecchie foto dei campi di sterminio, le tracce delle persone fatte scomparire.
http://digilander.libero.it/francescocoluccio/corriere/12.memoria.2001.htm
Mezan Margherita
Pagina 55
(22 gennaio 2003) – Corriere della Sera
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Dai diari «terapeutici» alle saghe familiari |
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Mezan Margherita |
«Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso». Sono le parole iniziali della trilogia autobiografica di Elias Canetti. Se non è necessario essere dei premi Nobel per decidere di scrivere di sé, questo incipit non va però dimenticato. Suggerisce com e sia sufficiente un colore – o qualsiasi suggestione degli altri cinque sensi – per iniziare a scrivere la propria autobiografia. E oggi pare davvero il momento buono per farlo: se da una parte si moltiplicano corsi ad hoc, dall’ altra si sta consol idando un’ attenzione specifica da parte di cinema e tv (presto in onda su Rai3 i «Diari della Sacher») letteratura ed editoria – oggi anche specializzata – per arrivare fino all’ Università. «La stesura può iniziare dalla cosiddetta scrittura automa tica, un “trucco” che si è rivelato infallibile. Si tratta di prendere carta e penna, o il Pc, e buttare giù per 5-15 minuti, tutto quello che viene in mente dei propri ricordi. Senza pause, ma anche senza punteggiatura o inibizioni di sorta, lasciandosi andare alle libere associazioni» consiglia Duccio Demetrio, autore di diversi libri in materia e docente di Teoria e pratiche autobiografiche alla Bicocca di Milano.
MEMORIA COLLETTIVA
- L’ autobiografia può anche inserirsi in un progetto di memoria collettiva. È il caso di diversi paesi (Busnago, Abbiategrasso) o esempi quali «La Milano della Memoria» (appena pubblicato a cura della Zona 1). Se qui sono i nonni «locali» a ricostruire tutta o in parte la vita vissuta sul proprio terr itorio, la richiesta è capovolta nel sito di www.diario.it. «Sono i nipoti che si raccontano in relazione ai nonni. E sono ormai più di trecento, italiani e non» racconta Giacomo Papi, coordinatore del progetto «La memoria lunga» di cui sta per uscir e un libro.
MODELLI
- Il più diffuso è il collage. Vanno bene materiali tra i più vari, appunti, cartoline o lettere, schizzi e scarabocchi infantili, diari ritrovati, o, ancora la raccolta degli sms. Si può anche arrivare a impostare un’ autobiograf ia per immagini, un vero «album». Bisognerà infatti raccogliere foto e selezionarle, scegliere didascalie o farle commentare, magari trasgredire ogni gerarchia posizionando un signor nessuno – il famigerato «ma questo chi è?» – proprio nella prima pa gina.
ARCHEOLOGIA FAMILIARE
- Una volta avvisati del progetto autobiografico, c’ è da giurarci, i parenti si scateneranno, si offriranno di portare il registratore per raccogliere le impressioni della (antipaticissima) cugina, di contattare tramite e -mail chi è lontano o, attenzione!, di boicottare la ricerca nei modi più subdoli, con grandi storiche balle. Ma l’ autobiografia non è solo faccenda da dynasty tradizionale. Le più nuove ed eccitanti sono proprio quelle dove la famiglia è intesa in senso allargato, amicale, professionale, persino associativo. Insomma, possono scrivere un’ autobiografia anche i single…
LE CENSURE
- È inevitabile che nella rievocazione emergano – e spesso sono i primi che si presentano – ricordi dolorosi, anedd oti spiacevoli. «Nell’ autobiografia ci si compromette in prima persona: scrivere di sé è terapeutico, ma implica un confronto, anche duro, con la parte più profondamente emotiva di ognuno di noi. Se poi quel che si vuol fare emergere appartiene alla nostra “doppia vita” meglio “velare” il racconto quasi fosse una fiction» chiarisce Demetrio.
LE ESPERIENZE
- C’ è chi ha scritto in proprio e chi ha seguito i corsi. «”Crispi traditore savoiardo” è il memento che ha lasciato il bisnonno borbonico a lla famiglia. Da lui sono passato ai nonni, alle verifiche con mio padre di 80 anni» racconta il milanese Salvatore Guida, 56 anni, pedagogista. «Ho fatto tutto da solo, ho ordinato le 150 pagine del materiale sotto forma di 15 lettere ai nipo ti. Qualche foto ben selezionata, il mio titolo («Giardino silano») ed eccomi alla pubblicazione con Unicopli». «Ho iniziato a tenere diari da quando è nato mio figlio, ma la vera e propria autobiografia è degli inizi del 2001, dopo la frequenza dei corsi di scrittura autobiografica» racconta Renata Rapa, ex insegnante elementare. «All’ inizio – prosegue – mi sembrava impossibile riuscire ad ordinare il lavoro, oggi sono di fronte a un fascicolo di trenta cartelle che ho scritto di notte e che h o fatto leggere soltanto a tre persone. È stato un bel percorso».
Margherita Mezan
Così s’ impara l’ arte
IL CORSO
Il Laboratorio di Scrittura autobiografica ( euro 100, inizio 31/1, 1/2 e 14/3 2003; Casa della cultura (via Borgogna 3 tel. 02.79.55.6 7)
L’ EDITORE
Sono già otto i titoli delle nuove Edizioni biografiche fondate da Paola Lazzarotto e Fiorenza Presbitero (02.36.56.05.37; 039.53.11.678 http://www.edizionibiografiche.it)
OVER SESSANTA
Sesto San Giovanni, Stalingrado d’ Italia? Sì, ma soltanto nel tardo Novecento. Un secolo prima di diventare la rossa roccaforte dell’ operaismo, la città era una delle residenze estive preferite dalla borghesia milanese che, attratta dal clima salubre, vi costruì ville ed edifici residenziali. Questa è una delle tante, sorprendenti chicche storiche che si possono scovare nell’ ultimo lavoro di Aurelio Lepre «Storia degli italiani nel Novecento» (Mondadori, pp. 384, euro 18,00) in uscita in questi giorni. Ed è lo stesso, esplicito sottotitolo del volume, «Chi siamo, da dove veniamo», così come la ricca bibliografia, a farci intuire la ricerca dell’ autore nelle pieghe del nostro passato. I rimandi e le note spaziano infatti dalla medicina alla filosofia, dalla storia del costume ai film che segnano i diversi passaggi d’ epoca, fino all’ ufficialità dei documenti ministeriali. Ad esempio, sapete che nel 1901 fu il Milan a vincere il terzo campionato di calcio? O che il primo fu quello del 1898, in piena crisi politica? Oppure, per rientrare in un argomento di grande attualità, che già nel 1913 i «pacifismi» vennero definiti e classificati, da quello «idealista», all’ altro «socialista internazionale», fino a quello «plutocratico» degli uomini d’ affari? Che il «Manifesto della razza» del 1938 (firmato non solo da «scienziati», ma anche da Franco Savorgan e da Arturo Donaggio, rispettivamente presidenti dell’ Istat e della Società Italiana di Psichiatria) ebbe un precedente nell’ aprile del ‘ 37 con un documento che vietava ai coloni italiani i rapporti con le donne etiopiche? Attraverso i quindici capitoli del libro, le sue sorprese e curiosità, si passa così dal sogno dell’ impero alla nascita della Repubblica, dall’ emigrazione interna al benessere economico, dalle diverse «crisi» (la prima Repubblica, i partiti, Tangentopoli ecc.) all’ entrata in Europa. Tra programmi e dibattiti televisivi e non, il volume offre uno stimolo in più al grande interesse di oggi nei confronti della storiografia. Un interesse che sembra coinvolgere in prima persona proprio i nonni: «la storia siamo noi» sembrano riaffermare oggi tanti testimoni e protagonisti della terza età ed ecco, e non a caso, affiorare progetti quali quello («Storia e cultura locale») che ha appena finito di coinvolgere venti nonni e diverse classi elementari di Melzo (nella foto l’ arrivo del Giro d’ Italia nel 1911 ai Giardini Pubblici). Margherita Mezan
Mezan Margherita
Pagina 55
(25 febbraio 2003) – Corriere della Sera