Il Dilemma del Prigioniero
“Due sospettati, A e B, sono arrestati dalla polizia. La polizia non ha prove sufficienti per trovare il colpevole e, dopo aver rinchiuso i due prigionieri in due celle diverse, interroga entrambi offrendo loro le seguenti prospettive: se uno confessa (C) e l’altro non confessa (NC) chi non ha confessato sconterà 10 anni di detenzione mentre l’altro sarà libero; se entrambi non confesseranno, allora la polizia li condannerà ad un solo anno di carcere; se, invece, confesseranno entrambi la pena da scontare sarà pari a 5 anni di carcere. Ogni prigioniero può riflettere sulla strategia da scegliere tra, appunto, confessare o non confessare. In ogni caso, nessuno dei due prigionieri potrà conoscere la scelta fatta dall’altro prigioniero.”
“Due sospettati, A e B, sono arrestati dalla polizia. La polizia non ha prove sufficienti per trovare il colpevole e, dopo aver rinchiuso i due prigionieri in due celle diverse, interroga entrambi offrendo loro le seguenti prospettive: se uno confessa (C) e l’altro non confessa (NC) chi non ha confessato sconterà 10 anni di detenzione mentre l’altro sarà libero; se entrambi non confesseranno, allora la polizia li condannerà ad un solo anno di carcere; se, invece, confesseranno entrambi la pena da scontare sarà pari a 5 anni di carcere. Ogni prigioniero può riflettere sulla strategia da scegliere tra, appunto, confessare o non confessare. In ogni caso, nessuno dei due prigionieri potrà conoscere la scelta fatta dall’altro prigioniero.”
- Buddismo e Società, N° 34, http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/index.php
Uno dei motivi per cui iniziano a piacermi davvero molto le riviste della SGI, “Il Nuovo Rinascimento” e “Buddismo e Società” è la pressochè totale assenza di “auto-referenzialità”. E’ vero, il “modello” è la vita di Nichiren Daishonin, Daisaku Ikeda è onnipresente, l’esortazione a “Kosen Rufu” intesa come adesione alla SGI stessa pure. Ma vengono citati autori provenienti da tutto il mondo, da ogni cultura, religiosa, filosofica, letteraria, politica, economica, scientifica, artistica, poetica.
Non è davvero poco per un’associazione che si definisce “religiosa” !
Da:
Proposta di pace 2009 Verso la competizione umanitaria: una nuova corrente nella storia (HTML)
Lo spirito di astrazione
Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale il filosofo francese Gabriel Marcel
ha pubblicato un saggio intitolato Lo spirito di astrazione, un fattore di
guerra, che ha il merito di offrire interessanti spunti di riflessione. Secondo Marcel la
capacità di sviluppare e manipolare concetti astratti è indispensabile per l’attività
intellettuale degli esseri umani, tuttavia le astrazioni che ne derivano sono in realtà
prive di sostanza. Anche l’idea di “essere umano” deve essere considerata il frutto di
un’astrazione. Nella realtà invece siamo tutti uomini e donne, giapponesi o americani,
vecchi e giovani, e proveniamo ciascuno da un luogo particolare. Osservando gli altri
con più attenzione possiamo riconoscere le caratteristiche uniche di ciascun
individuo. Sviluppando quest’attitudine rimaniamo ancorati alla realtà concreta,
mentre qualunque discussione sull’”essere umano” o sull’”umanità” che non tiene
conto delle differenze genera concetti astratti che acquistano vita propria e sono
avulsi dalla realtà.
Marcel utilizza il termine “spirito di astrazione” per indicare il meccanismo
fondamentalmente distruttivo che spinge gli esseri umani a concepire e a
rappresentare le cose senza tener conto della realtà concreta. Secondo il suo pensiero,
per esempio, si può fare la guerra solo se prima si nega il carattere umano
dell’avversario e lo si riduce a un concetto astratto, come il fascista, il comunista, il
sionista, il fondamentalista islamico…
Vincenti e perdenti
Per descrivere gli effetti negativi della globalizzazione, in Giappone sono usate
comunemente espressioni come “la società stratificata” (kakusa shakai), “la squadra
dei vincenti” (kachigumi) e “la squadra dei perdenti” (makegumi).
Dobbiamo stare in guardia contro questa tendenza a usare un linguaggio che,
mettendo nello stesso calderone fenomeni differenti, non fa altro che oscurare la
realtà concreta e denigrare gli sforzi delle singole persone. Questa terminologia non
ha nulla a che vedere con la realtà quotidiana di quanti si sforzano per superare gli ostacoli che inevitabilmente sorgono nel difficile contesto economico-sociale del
nostro tempo.
Né la vittoria né la sconfitta sono condizioni permanenti. Etichettare le persone come
“vincenti” o “perdenti”, come si fa oggi in Giappone, significa usare un metro di
giudizio basato sulla supremazia economica. Queste classificazioni non tengono
minimamente conto della persona umana nella sua totalità.
La società è piena di esempi di persone dotate di un solido autocontrollo che, senza
lasciarsi influenzare dalle lodi o dalle critiche altrui, non si esaltano per i loro
successi né si abbattono di fronte alle sconfitte. Se si ricorre sempre più spesso a
espressioni che pretendono di riassumere fatti complessi in una singola frase vuol
dire che è in atto il tentativo di denigrare il valore e la dignità dei singoli esseri umani
e di sminuire i loro sforzi nell’affrontare le sfide con coraggio e ingegnosità.
Per dirla con Marcel, dobbiamo stare attenti a non diventare «persone dallo spirito
debole» che interpretano gli eventi esterni come una sorta di «giudizio universale in
miniatura», leggendo in essi messaggi di redenzione o di apocalisse. Questo
significherebbe un allontanamento dall’umanità, una rinuncia all’autonomia che può
aprire un varco alla violenza.
In un sistema in cui prevalgono l’economia e il denaro, e i valori umani sono misurati
unicamente sulla base del reddito e della ricchezza materiale, è impossibile provare
soddisfazione e sentirsi adeguati. A metà degli anni Novanta il giornalista Robert
Samuelson richiamò l’attenzione sul senso di insoddisfazione che cominciava a
serpeggiare nella società americana, anche nel momento di massima espansione
economica.
Il senso costante di insoddisfazione e invidia crea una società in cui le
passioni negative agiscono come una forza che blocca il rinnovamento…
…
La nuova traduzione in lingua giapponese del romanzo di Fëdor Dostoevskij I fratelli
Karamazov è diventata molti anni fa un best seller e ha riacceso l’interesse dei
giapponesi per i classici. In un passo del romanzo Ivan, il fratello ateo, si rivolge al
fratello più giovane, Alyosha, dicendogli: «Debbo farti una confessione [...] io non ho
mai potuto capire come sia possibile amare il prossimo. Appunto il prossimo, a parer
mio, è impossibile amarlo, a differenza forse di chi ci sta lontano».
È un’affermazione ironica, che serve a mettere in luce con quanta naturalezza
riusciamo a parlare dell’amore per cose che sono lontane e astratte. L’amore non è
affatto così facile quando la persona in questione è vicina e magari la sentiamo
incompatibile con noi.
Per amare tali persone è necessario impegnare tutto il nostro essere in una lotta
spirituale, quella che nel linguaggio cristiano è chiamata metanoia, cioè il drastico e
profondo mutamento dell’anima invocato nel Discorso della montagna del Nuovo
Testamento. Gli individui innegabilmente presenti nel nostro ambiente più vicino
rappresentano il banco di prova che ci permette di verificare il valore autentico del
nostro impegno ad amare l’umanità.
L’incapacità di amare le persone che ci vivono accanto è il paradosso incarnato da
Ivan ed è l’oggetto della sua ironia. Insegnando che «un singolo individuo viene usato
come esempio, ma la stessa cosa si applica egualmente a tutti gli esseri viventi », il
Buddismo mette in guardia contro le insidie dello spirito di astrazione.
In questo contesto merita una particolare attenzione il metodo adottato da Makiguchi
in La geografia della vita umana…
categoria:pace, umanesimo, buddismo, società , competizione, soka gakkai
















