Gli altri
Gli alfieri della tolleranza, della pace, del rispetto per l'altro, del multiculturalismo, dell'integrazione ecc. ecc. l'hanno sempre fatta facile. Gli avvenimenti degli ultimi anni, la radicalizzazione della lotta politica, la demagogia dilagante, il terrorismo, le guerre, le rappresaglie li hanno purtroppo smentiti. Integralismi, intolleranza, razzismi... atteggiamenti e pregiudizi tanto peggiori, quanto piu' sono inconsapevoli, quanto piu' si nascondono dietro una patina generica di buoni sentimenti. L'antisemitismo di certa sinistra, e non solo. che simpatizza smaccatamente per i terroristi kamikaze al punto da alterare i fatti e negare la storia mi sembra evidente. D'altra parte mi sgomenta la chiusura intollerante sempre piu' diffusa fra gli Ebrei, secondo la quale chi critica la politica di Israele e di Sharon diventa automaticamente un nemico e un aspirante persecutore degli Ebrei, di tutti gli Ebrei. Scrivo queste parole quasi con timore e vergogna, perche' non oso immaginare quale sarebbero le mie reazioni e i miei sentimenti se vivessi in un campo profughi o se dovessi temere per la sua vita ogni volta che mia figlia esce di casa per andare in pizzeria. Il punto e' che tutti siamo troppo inclini ad aprire la bocca e a darle fiato senza pesare le parole, senza tener conto della complessita' degli eventi, spesso senza conoscere bene l'argomento su cui sputiamo sentenze con una faciloneria esasperante, tanto piu' pericolosa quanto migliori sono, in superficie, le nostre intenzioni. E intanto i circoli viziosi si esasperano
Su "Psicologia contemporanea" 177 nell'articolo " Il rispetto reciproco" di Giuseppe Mantovani, viene riportata la singolare esperienza di un etnografo indiano, Amitav Ghosh, che nel 1980 scelse di approfondire le sue ricerche sulla rete di comunicazione che per tanti secoli strinse il subcontinente indiano e il Medio Oriente vivendo in un villaggio egiziano. E' lo stesso Ghosh che nel 1992 racconta la sua esperienza:
«Allora, spiegaci», disse qualcuno, «nel tuo paese la gente che cosa fa con i morti?»
«Li brucia», dissi aspirando stoicamente dalla mia shusha mentre si riprendevano dallo shock.
«E le ceneri?», chiese un altro. «Conservate almeno le ceneri in modo da poterli ricordare in qualche modo?»
«No, le ceneri vengono sparse lungo le rive dei fiumi».
Ci fu un lungo silenzio perché ci volle un po’ di tempo prima che superassero la repulsione e ripren dessero a parlare.
«E così sono tutti miscredenti nel tuo paese?», chiese infine qualcuno. «Non esiste legge o morale, ciascuno può fare quello che gli piace, prendere una donna nelle strade o dormire con la moglie di un altro?»
«No», cominciai io, ma venni interrotto subito. «E cosa ci dici della circoncisione?», chiese una voce, seguita immediatamente da un’altra più possente, che voleva sapere se nel mio paese le donne venivano “purificate:’ come in Egitto. Il termine “purificare” stabilisce un’equazione verbale tra circoncisione maschile e citoridectomia, ma quest’ultima è un intervento assai più pericoloso perché consiste nell’escissione completa della citoride. La citoridectomia è in realtà un rituale orrendo, assurdamente doloroso, messo fuori legge all’epoca di Nasser, ma tuttora largamente praticato dai fellahin, sia cristiani che musulmani.
«No, nel mio paese le donne non vengono “purificate”.
Ma il mio interlocutore, convinto che non avessi inteso la domanda, la ripetè lentamente. I visi intorno a me sbiancarono quando ripetei: «No», con enfasi.
«Vuoi dire che la clitoride continua a crescere?», chiese una voce roca.
Cominciai a spiegare, ma ero scosso dalla sua incre dulità. Intanto un altro m’interruppe: «E i ragazzi? Cosa fate con i ragazzi? Non purificate nemmeno loro?», «E tu, doktor?»
Osservai gli sguardi intorno a me, ora curiosi, ora orripilati, e capii che non ero in grado di rispondere.
E fin qui possiamo considerare l'aneddoto come un esempio dell'arretratezza dei contadini egiziani e della loro evidente "ingenuita' culturale": e magari ci sentiamo confortati nella nostra pretesa superiorita'. Ma cosa dire di quello che poco tempo dopo capito' al nostro giovane etnografo quando venne rimproverato dall'imam del villaggio per quelli che venivano considerati i costumi vergognosi degli indu':
Mi guardò dritto in faccia e vidi che storceva la bocca per la rabbia e che nei suoi occhi c’era una straordinaria lucentezza: «Dimmi un po’, perché venerate le vacche?».
Colto di sorpresa, cominciai a balbettare e lui tagliò corto voltandorni le spalle.
«Ecco quello che fanno nel suo paese», disse al vecchio negoziante. «Lo sapevi? Venerano le vacche». Mi lanciò un’occhiata di sbieco. «E sai che cos’altro fanno?», disse lasciando sospesa la domanda e infine annunciando con un drammatico sibilo: «Bruciano i morti».
Il vecchio sobbalzò come se lo avessero urtato e si portò le mani alla bocca: «Ya Allah!», borbottò.
«Proprio così, bruciano i loro morti», ripetè l’Imam. Poi si girò improvvisamente su se stesso per guardarmi in faccia e urlò: «Perché glielo lasciate fare? Non lo capisci che è un sistema primitivo e arretrato? Siete forse dei selvaggi per permettere una cosa simile? Guarda a te: hai una certa istruzione, dovresti capire. Come potrà svilupparsi il tuo paese se continuate a fare queste cose? Sei stato addirittura in Europa, hai visto come sono progrediti. Ora dimmi, li hai mai visti bruciare i loro morti?».
Intorno a noi si era radunata una piccola folla, attratta dalla voce dell’imam, e sotto il peso dei loro sguardi la mia lingua sembrava incepparsi sempre più.
«Sì, bruciano i loro morti, in Europa», riuscii a dire con la voce alterata, malgrado gli sforzi per controllarla, «sì, hanno degli speciali forni elettrici fatti apposta per quello».
L’imam si voltò dall’altra parte con una risata sprezzante: «Sta mentendo», disse rivolto alla folla, «non è vero che in Occidente bruciano i loro morti. Sono progrediti, istruiti, hanno scienza, cannoni e carri armati e bombe».
All’improvviso qualcosa prese a ribollire nella mia testa, dilemmi e problemi che non potevo più tratte nere: «Anche noi li abbiamo!», gli urlai di rimando. «Anche nel mio paese abbiamo queste cose, cannoni e carri arniati e bombe. E sono molto meglio di quelli che avete voi in Egitto, siamo molto più avanti di voi»
«Vi dico che mente», gridava l’imam sempre più infuriato, «i nostri cannoni e le nostre bombe sono molto meglio dei loro. I nostri sono secondi solo a quelli dell’Occidente.
«Sei tu che menti», replicai. «Non ne sai niente. Sono molto meglio i nostri. Nel mio paese c’è stata persino un’esplosione nucleare. Non riuscireste a fare altrettanto neppure in cento anni».
Conclude l'articolo di Psicologia contemporanea: "la disputa tra l'imam egiziano e il giovane etnologo indiano ha per oggetto quale dei due mondi che si scontrano sulla via principale del villaggio sia superiore e la superiorita' e' definita dalla tecnologia della violenza: cannoni, bombe, carri armati. Nel momento in cui, per voncere la contesa, o almeno per uscirne senza umiliazione, si vanta della bomba atomica che l'India ha costruito, Ghosh comprende che il dialogo si e' ormai del tutto pervertito, che la rabbia del suo interlocutore lo ha travolto e lo ha trascinato su un terreno che e' molto lontano da quello su cui egli intendeva costruire un rapporto di comprensione e di rispetto reciproco."
Ecco com'e' facile il crollo delle buone intenzioni anche in persone di buona cultura e formate secondo i canoni dell' educazione, della tolleranza e del rispetto, per di piu' in una situazione tranquilla e non particolarmente problematica. Figurarsi quello che accade in contesti dove la tensione, la paura, l'ansia per la propria vita e per quella dei propri familiari e amici sono all'ordine del giorno...