I veri nemici dei palestinesi
di DAVID GROSSMAN (
La Repubblica)
Se io fossi un palestinese, oggi sarei molto preoccupato. Se fossi un palestinese, mi chiederei se il nuovo massacro di Gerusalemme, questo omicidio di venti innocenti, molti dei quali bambini o addirittura neonati, renderà più vicina la fine dell'occupazione israeliana e migliorerà la situazione del popolo palestinese. Se fossi un palestinese, mi chiederei se lasciarsi pilotare da Hamas sino alla soglia dell'abisso risulterà in qualche progresso militare, politico o economico. Mi chiederei: mi piace davvero il fatto che siano gli elementi più fanatici ed estremisti a dettare il corso della legittima lotta contro l'occupazione? Mi chiederei: è soltanto un caso che Hamas abbia attaccato un giorno prima del previsto ritiro israeliano da quattro città palestinesi?
Mi chiederei insomma se Hamas, la Jihad, gli autori degli attentati suicidi, coloro che rompono la hudna, la tenue ma importante tregua dichiarata da alcune settimane, sono degni rappresentanti della lotta palestinese, del popolo palestinese, o non - piuttosto - dei nemici di quella lotta, di quel popolo.
All'indomani di un altro giorno di orrore nelle strade di Gerusalemme, mi auguro che i palestinesi, molti palestinesi, si pongano interrogativi simili. Sono certo che almeno uno di loro li ha ben chiari in mente: Abu Mazen, il primo ministro del governo palestinese, il leader a cui da qualche mese sono affidate le speranze di un cessate il fuoco e di una rinascita del dialogo, del negoziato di pace fra le due parti. Abu Mazen ha adesso davanti a sé una decisione estremamente difficile. La linea su cui deve procedere si fa sempre più stretta, come la corda tesa nel vuoto su cui il trapezista si appresta a mantenere un precario equilibrio. Abu Mazen dispone di una forza considerevole da schierare sul terreno, ma non è detto che essa sia superiore alle forze di cui dispongono Hamas e gli altri gruppi estremisti islamici. Se il premier decidesse di combattere davvero fino in fondo contro i terroristi, egli correrebbe indubbiamente il rischio di scatenare una guerra civile intestina fra palestinesi, e non so se sarebbe lui a vincerla. Una simile mossa potrebbe rivelarsi dunque contraria agli interessi della causa palestinese; e spero che la leadership israeliana non cade nell'errore di considerarla nel proprio interesse, poiché il caos tra i palestinesi non sarebbe nell'interesse di nessuno.
Ma l'impressione è che qualcosa Abu Mazen debba fare ugualmente. E che forse ci sia qualcosa che egli è in grado di fare, senza per questo mettere in moto un conflitto intestino. Forse il primo ministro palestinese ha i mezzi e l'abilità necessari a contrastare Hamas e gli altri estremisti, per costringerli a rispettare la tregua e le varie misure previste dalla road map della pace, senza che ciò faccia ulteriormente deteriorare la situazione interna palestinese. Se Abu Mazen ha in mente qualcosa del genere, è bene che agisca in fretta. Ogni giorno, ogni ora, sono preziosi. Rimandare potrebbe voler dire muoversi troppo tardi.
Naturalmente gli sviluppi del conflitto non dipendono soltanto dai palestinesi. Va ricordato che l'attentato di Gerusalemme non è stato il primo atto di violenza a rompere la tregua, ma ha fatto seguito ad altri due attacchi terroristici nei giorni precedenti, i quali a loro volta sono giunti dopo l'assassinio di un capo di Hamas da parte delle forze speciali israeliane. Ora una reazione del governo Sharon al sangue versato a Gerusalemme sarà pressoché inevitabile. Sarà anche inutile, servirà a generare nuova violenza, ma l'opinione pubblica israeliana è furibonda per quanto è accaduto nella Città Santa e Sharon perciò ordinerà una rappresaglia. Spero soltanto che sia moderata, misurata, e concepita in modo tale da lasciare aperta la porta a una ripresa il più veloce possibile dei contatti con la controparte palestinese. Spero che Israele segnali che il suo interesse sta nella ostinata ricerca di un dialogo e non nel proseguimento di un insensato ciclo di violenza.
Purtroppo, il futuro dei nostri due popoli, israeliani e palestinesi, non dipende più nemmeno interamente da noi stessi. Ho detto e scritto ripetutamente nel recente passato che solo un deciso intervento internazionale, in particolare americano, può risolvere il secolare conflitto tra arabi ed ebrei in Medio Oriente. Ma mi domando se l'amministrazione Bush, mentre dà l'impressione di affondare sempre di più nel fango iracheno, avrà l'energia, la creatività e i fondi necessari ad affrontare un impegno costante in Israele e nei Territori Occupati palestinesi. Il dopoguerra in Iraq e la fragile tregua tra israeliani e palestinesi appaiono legati dallo stesso filo, avvinghiati agli stessi nodi. Non che sia possibile immaginare un coordinamento trai due attentati che nello stesso giorno, a poche ore di distanza, hanno colpito Bagdad e Gerusalemme. Ma le difficoltà dell'operazione per portare pace e democrazia all'Iraq possono incitare ad agire tutti coloro, trai palestinesi, che non vogliono la pace con Israele. Anche contro l'oggettivo interesse del popolo palestinese.
(testo raccolto da Enrico Franceschini)
(21 agosto 2003)